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Il concetto di dinamica di gruppo è introdotto in
psicologia da Kurt Lewin per indicare le relazioni che
interessano un gruppo e che ne influenzano lo sviluppo e
la condotta. Studioso appartenente, almeno all’origine,
alla corrente di pensiero che si richiama al teoria
della Gestalt, ipotizza che il sistema delle relazioni e
delle comunicazioni che caratterizza un gruppo possa
essere considerato come una sorta di "campo", dove le
forze si distribuiscono e si concentrano non casualmente
per seguire andamenti legati ad equilibri e a tensioni
connesse alla vita associativa.
All’interno di un gruppo, o fra sottogruppi, si
stabiliscono legami soggetti a un cambiamento che
derivano da una interferenza fra le condizioni
individuali, caratteristiche di ciascun partecipante, e
quelle gruppali, dovute alle interazioni sociali e alle
percezioni interpersonali.
La dinamica di gruppo si propone quindi di analizzare
l’andamento
delle relazioni gruppali; la sua struttura e il suo
fluire.
Nonostante i contributi offerti da diversi autori, dopo
Lewin, abbiano reso molto più complesso il problema e
abbiano introdotto principi interpretativi talora anche
molto distanti fra loro: come quello sociometrico e
quello psicoanalitico, ad esempio, possiamo dire che sia
possibile evidenziare una serie di caratteri comuni che
sono ritrovabili all’interno di ogni gruppo.
Senso di radicamento o appartenenza
Si tratta del sentimento connesso al sentirsi
appartenente a un gruppo; condividere questo regime di
appartenenza con gli altri, sentirsi bene accettato e
nello stesso tempo accettare l’altro proprio in virtù di
un radicamento comune. L’appartenenza dipende da alcuni
fattori principali come l’identificazione e cioè la
scoperta di una comune base ideologica che sta a monte
dei comportamenti e dei "credo" dei membri. Questa base
ideologica può essere legata a vere e proprie filosofie
di vita, credenze religiose, idee politiche.
Un altro importante fattore di radicamento è
l’omogeneità a cui tende il gruppo, dal punto di vista
esteriore e comportamentale. Non necessariamente questo
porta a vestire delle divise, ma le scelte relative agli
abiti, alle acconciature dei capelli, o alla scelta di
alcuni dettagli (Gadget), così come l’utilizzo di un
gergo linguistico speciale può costituire un modello di
riferimento sulla base del quale stimare l’appartenenza
a un gruppo.
I comportamenti e gli atteggiamenti dei gruppi giovanili
ci offrono esempi molto chiari di questo.
L’interdipendenza
L’appartenere a un gruppo determina una interdipendenza
fra elementi soggettivi ed elementi intersoggettivi,
elementi cioè che appartengono alla intimità di ogni
individuo ed altri appresi invece a contatto con il
gruppo. Le motivazioni, i comportamenti, gli
atteggiamenti e le modalità relazionali assumono
connotazioni tali da rendere interdipendente in senso
dinamico il rapporto individuo-gruppo.
Possiamo sostenere che la personalità sia in parte
costruita sulla base di questa trama relazionale e
gruppale. Ogni soggetto appare perciò - da un simile
punto di vista - inserito in diversi contesti gruppali,
come la famiglia, la scuola, altre comunità, che
finiscono con il concorrere a formare la personalità e a
orientarla in direzioni condivise a vari livelli.
A. Bauleo identifica ben quattro livelli disposti in una
struttura di tipo capillare, che si sfoglia dall’interno
all’esterno.
Esiste un primo nucleo fondamentale della personalità,
improntato in senso strettamente soggettivo, che
rappresenta la matrice psico-biologica individuale su
cui si stratificano via via i livelli gruppali
superiori.
Ma si tratta di una parte, benché importante, della
struttura della personalità. Una parte sulla quale gli
psicologi hanno storicamente concentrato la loro
attenzione, mettendo in luce gli aspetti che riguardano
la dimensione della soggettività. La psicologia ha da
sempre manifestato, e ancora manifesta, una intrinseca
vocazione a proporsi come la scienza dell’individuale,
dell’intimo, del segreto proprio al singolo.
Per
tale motivo solo recentemente si sono adeguatamente
analizzati i fattori sociali che contribuiscono alla
formazione della individualità e a caratterizzarla in
senso personale e gruppale.
Alla fine dell’Ottocento autori come Théodule Ribot
avevano già avuto modo di osservare quanto
l’organizzazione della personalità fosse lontana dal
presentare sempre e in ogni occasione una unica
sfaccettatura. La personalità assumeva le sembianze di
qualcosa di sfumato, scontornato, miscibile e
riconducibile a diversi aspetti dell’io. O addirittura
poteva assumere molte e diverse caratteristiche a
seconda dei contesti di vita del soggetto. La
personalità non dipenderebbe da un Io forte e
strutturato, ma da una sorta di federazione di "io"
minimali, coordinati e diretti, volta per volta, da
quello che nella situazione risulta essere il più
congeniale.
Si tratta quindi di personalità "multiple", da cui Ribot
deriva una sorta di teoria del "federalismo dell’io".
Nel suo volume "Le malattie della personalità" descrive
addirittura soggetti con cinquanta e più diverse
personalità.
Ma si tratta evidentemente di una ipotesi molto lontana
da quella prospettata da A. Bauleo, che non parla di
personalità multiple, bensì di una personalità umana, a
cui si collegano condotte, atteggiamenti, tratti del
carattere, che appartengono al concorso di fattori
individuali, interpersonali e sociali.
Il
primo livello
gruppale che identifica alla base della personalità di
ogni individuo è la famiglia. Indubbiamente la realtà
familiare contribuisce notevolmente al definirsi dei
modelli comportamentali, ma è anche profondamente
influente nella determinazione dei fattori emozionali,
affettivi e relazionali.
Nella famiglia ogni persona ha costruito le basi della
propria individuazione e pertanto è abbastanza logico
pensare che aspetti della gruppalità familiare
appartengano ad ogni soggetto, assimilati ai tratti più
intimamente individuali, così da formare un tutt’uno
unico e irripetibile, ma nello stesso tempo espressione
di una gruppalità interiorizzata.
Il
secondo livello
è rappresentato invece dalle diverse comunità
frequentate dall’individuo e dalla sua famiglia. Si
tratta di entità gruppali rispetto alle quali vale il
senso dell’appartenenza, per cui si manifestano i
principi già illustrati in precedenza di una
identificazione e di una omogeneità di gruppo. L’idea
che anche il radicamento socio-culturale a più piccoli o
medi gruppi sociali come ad esempio le compagnie degli
amici, il gruppo dei colleghi di lavoro, le comunità
religiose, i gruppi politici, possa dare un contributo
decisivo alla formazione della personalità è certamente
più recente e dimostra come siano importanti anche i
fattori interpersonali nella determinazione delle
caratteristiche individuali di ognuno di noi.
Il
terzo livello
corrisponde infine alla società nel senso più largo del
termine, con le variabili ad essa connesse, relative
alla organizzazione più generale della cultura e delle
norme sociali di ogni popolo.
Anche questo aspetto non deve essere trascurato in
quanto l’appartenenza a una struttura sociale condiziona
in parte la formazione della personalità, così come ha
dimostrato con grande acume e chiarezza Talcott Parsons.
L’ipotesi di A. Bauleo affronta il problema della
gruppalità da un punto di vista interpersonale, ma è a
sfondo dichiaratamente psicodinamico e cioè tiene in
considerazione contemporaneamente fattori che
appartengono alla dimensione del "visibile" e cioè
riscontrabili sul piano osservativo e alla dimensione
dell’ "invisibile", appartenenti al campo dell’inconscio
e della relazione fra mondo interno e realtà esterna.
Coesione di gruppo
Il gruppo si fonda solitamente su una certa dose di
coesione. La coesione rappresenta il grado di
solidarietà che è presente fra gli appartenenti al
gruppo. Occorre infatti condividere le regole per poter
far parte di una entità gruppale.
La coesione tuttavia non sembra semplicemente collegata
a fattori di natura razionale, come lascerebbe pensare
la condivisione di un universo assiologico.
Molti psicologi interessati ai processi sociali e
collettivi hanno messo in luce l’importanza dei fattori
emotivi, che emergono nella costruzione della coesione
di gruppo, come grado di riconoscimento del soggetto nei
valori o nei "miti" propri del gruppo.
Sigmund Freud nel 1929 afferma: "È sempre possibile
riunire un numero anche rilevante di uomini che si amino
l’un l’altro fin tanto che ne restino altri per le
manifestazioni di aggressività". Con questo egli voleva
illustrare quanto i sentimenti entrino in gioco nella
dinamica gruppale. Ma non solo.
Questi sentimenti possono essere di orientamento
positivo come l’amore, ma spesso entra in gioco, con
maggiore probabilità, l’aggressività: sia dal punto di
vista attivo, sia come meccanismo di difesa.
In Italia - alla fine del Secolo scorso - gli psicologi
Scipio Sighele e Giuseppe Sergi avevano già preso in
considerazione l’importanza dei fattori emotivi legati
alla coesione gruppale per spiegare fenomeni collettivi
complessi, come i delitti delle folle o l’intelligenza
delle folle.
Sergi ipotizzava persino la formazione di meccanismi
psicotici di genere "epidemico", nati in un individuo e
poi diffusi nel gruppo, sottoposto a pressioni emotive
forti. Così spiegava fenomeni di violenza collettiva.
Definizione di una leaderschip
La definizione di una leaderschip all’interno di un
gruppo dipende dal grado di differenziazione di ruoli
che ha prodotto una organizzazione in senso gerarchico.
Il leader di un gruppo deve possedere alcuni requisiti
riconosciuti dagli appartenenti al gruppo: una abilità
tecnica speciale relativa agli interessi particolari
dell’aggregazione; un buon livello di gradevolezza
affettiva.
Kurt Lewin ha studiato le caratteristiche di gestione
del potere da parte di un leader e distingue tre diversi
modelli:
a)
leader autoritario:
è colui che organizza la sua leaderschip basandosi
esclusivamente sull’aggressività e la competitività del
gruppo;
b)
leader democratico:
coordina il lavoro degli affiliati al gruppo senza
imporre un regime di controllo, ma accettando le
divergenze e utilizzandole come risorse a disposizione;
c)
leader permissivo:
accetta volentieri e stimola la creatività altrui,
consentendo livelli di collaborazione molto aperti.
Da un punto di vista più vicino agli interessi della
sociologia anche Vilfredo Pareto produce una analisi
della leaderschip, benché il suo punto di vista si
riferisca principalmente verso i processi collegati alle
grandi organizzazioni sociali e non direttamente ai
piccoli gruppi. Egli distingue un potere carismatico,
dove il leader determina le leggi in modo pressoché
autoritario; un potere burocratico dove esiste una
segmentazione del potere a livello periferico, ma
controllato da un gruppo dirigente centralizzato; e
infine un potere più democratico, gestito da un leader
capace di valutare ciò che viene suggerito dai membri
del gruppo e utilizzato in senso positivo.
Per ciò che riguarda il campo educativo possiamo
osservare come questa valutazione sulla leaderschip
risulti interessante per ciò che concerne il rapporto
fra allievi e insegnanti. Il gruppo-classe infatti
lascia intravedere al proprio interno dei movimenti che
si traducono in condotte relazionali e comunicative
legate al modo di gestire la classe da parte degli
insegnanti. Sulle problematiche della leaderschip
possono senza dubbio intervenire anche aspetti collegati
al gruppo orizzontale dei pari, ma - a nostro avviso -
maggiore influenza è da attribuirsi al ruolo degli
insegnanti e al loro modo di operare insieme,
pianificando la conduzione della classe per tentare di
mantenere condotte non troppo sbilanciate sul piano del
potere comunicativo e relazionale nel gruppo.
La problematica della leaderschip reca con sé una
valutazione della differenziazione dei ruoli all’interno
del gruppo. Possiamo così identificare, assieme a chi
svolge compiti di leader, soggetti che leader non sono,
ma che hanno comportamenti da leader: sono abbastanza
capaci di creare relazioni positive con gli altri,
mostrano di avere e di ottenere preferenze dagli altri
del gruppo, sono abbastanza sereni. Altra categoria è
quella dei gregari, che seguono i leader o i non leader
con comportamenti da leader in modo passivo, adeguandosi
alle scelte e ai desideri degli altri. Ci sono infine
soggetti isolati, che appartengono al gruppo in modo
marginale, condividendo di riflesso una idea di
appartenenza e stringendo rapporti fragili e sporadici.
Hubert Montagner, etologo, ha condotto ricerche nel Nido
d’Infanzia scoprendo che queste diverse tipologie di
stili di vita nel gruppo emergono molto presto e
condizionano la vita sociale nei gruppi di sezione di
bambini così piccoli.
Vedremo in un prossimo capitolo come la struttura della
leaderschip e la trama quantitativa delle relazioni nel
gruppo sia possibile studiarla in modo preciso mediante
i metodi sociometrici di Moreno.
La
socializzazione
La socializzazione costituisce un aspetto della realtà
microsociologica, che la dinamica di gruppo concorre ad
approfondire fino a coglierne gli aspetti più profondi,
legati ai fini che essa si prefigge.
Scrive U. Galimberti: "Tali fini sono:
a) il raggiungimento di un livello di sicurezza
garantito dall’appartenenza al gruppo che consente, con
la sua protezione, di rischiare senza troppa ansia anche
in terreni mai esperiti;
b) il controllo della dinamica della colpa perché il
super -io paterno si trasforma in super-io di gruppo più
facile da controllare;
c) l’accelerazione dei processi di apprendimento perché
il gruppo serve da feedback continuo mediante il
paragone con gli altri, e quindi come mezzo per
conoscere continuamente i risultati raggiunti;
d) l’aumento dell’efficienza e della funzionalità delle
difese perché, seguendo la legge del successo
all’interno del gruppo, verranno ad essere potenziati
quei meccanismi che hanno determinato un effetto
positivo, e verranno abbandonati quelli che, al
contrario avevano fallito in loro scopo;
e) l’influenza sul ritmo di sviluppo intellettuale per
il rapporto che esiste tra processi intellettivi e
linguaggio, e tra il linguaggio e la comunicazione che
nel gruppo è potenziata;
f) la maturazione affettiva facilitata nel gruppo
rispetto alla condizione isolata e, controllata nelle
manifestazioni delle pulsioni che l’individuo può anche
non saper regolare da solo" (1992). |